LE INTOLLERANZE ALIMENTARI

Intolleranze alimentari

L’intolleranza alimentare comprende qualsiasi reazione avversa al cibo che si manifesta da qualche ora a qualche giorno dopo l’ingestione di uno o più alimenti.
La reazione non è modulata dal sistema immunitario ma da meccanismi biochimici specifici.

Ogni reazione fastidiosa e nociva che insorge in seguito all’ingestione di alimenti, può essere inquadrata nel vasto capitolo delle reazioni avverse agli alimenti. Queste reazioni si suddividono in reazioni tossiche e non tossiche: Le reazioni tossiche sono quelle che si manifestano a seguito dell’ingestione di sostanze tossiche che contaminano gli alimenti (metalli, additivi, insetticidi, tossine batteriche, micotossine, ecc.) e sono dose-dipendente, esse rappresentano le intossicazioni alimentari. Le reazioni non tossiche sono dovute ad ipersensibilità agli alimenti, sono reazioni imprevedibili che colpiscono soggetti predisposti e possono essere genetiche oppure acquisite (allergie alimentari ed intolleranze alimentari).

I disturbi legati alle intolleranze sono diversi da quelli delle allergie: sono meno acuti, tendono a ripetersi nel tempo e sono difficilmente collegabili all’assunzione di un determinato alimento. Stiamo parlando, per esempio, di alcuni tra i disturbi più comuni come stanchezza, gonfiori, mal di testa, sfoghi sulla pelle, tosse, rinite, asma.

Le intolleranze possono essere di 3 tipi:

  • Intolleranze enzimatiche
  • Intolleranze farmacologiche
  • Intolleranze indefinite

 

INTOLLERANZE ENZIMATICHE

Sono determinate dalla mancata o scarsa produzione di specifici enzimi indispensabili per metabolizzare e rendere assimilabili alcune componenti alimentari.
Questo difetto degli enzimi deputati al metabolismo di determinate sostanze generalmente è congenito, ma talvolta può essere acquisito nel tempo.

Le intolleranze alimentari su base enzimatica sono numerose e comprendono un certo numero di malattie che riguardano il metabolismo dei carboidrati, delle proteine e dei lipidi.
L’intolleranza enzimatica più frequente è quella al lattosio, una sostanza contenuta nel latte, la forma più comune di intolleranza al grano è la celiachia, un altro esempio di intolleranza dovuta alla carenza di un enzima è il favismo. Nello specifico, per le persone con difetti delle disaccaridasi (metabolismo dei carboidrati), presentano manifestazioni gastrointestinali clinicamente simili al quadro sintomatologico delle allergie alimentari. Sull’orlo dei villi intestinali sono presenti degli enzimi che hanno il compito di scindere i disaccaridi, come il lattosio o il saccarosio, e gli oligosaccaridi derivati dalla digestione dell’amido.
Gli enzimi disaccaridasi sono normalmente capaci di una digestione quasi completa dei disaccaridi e degli oligosaccaridi, tanto che solo una quantità modesta di molecole raggiunge il colon in forma non digerita. A livello del colon la flora batterica trasforma queste sostanze in idrogeno, metano, anidride carbonica e in acidi organici che contribuiscono a mantenere morbide le feci e a rendere frequenti i movimenti intestinali.

Nei soggetti con difetti di disaccaridasi primitivi o secondari a un difetto delle mucose intestinali, il colon viene raggiunto da una quantità maggiore di zuccheri non digeriti e questo determina un aumento delle fermentazioni intestinali, una produzione eccessiva di gas e di acidi e la presenza nel lume intestinale di sostanze ingerite e dei loro metaboliti in quantità superiore alla capacità di assorbimento della parete intestinale. Nelle feci di questi soggetti ci sono sostanze riducenti, normalmente assenti, e nell’aria espirata è presente idrogeno.
I sintomi clinici del difetto di disaccaridasi sono: flatulenza, distensione addominale, borborigmi, dolori, diarrea e anche difetti nutrizionali e dipendono sia dalla quantità di zucchero ingerito che dall’entità del difetto enzimatico.

 

INTOLLERANZE FARMACOLOGICHE

Si manifestano con una sintomatologia simile a quella delle allergie alimentari IgE mediate, ma se si eseguono esami di laboratorio e la ricerca di anticorpi specifici per alimenti i risultati sono negativi. Solitamente sono dovute all’assunzione di quantità elevate di alimenti contenenti sostanze farmacologicamente attive, tra cui l’istamina o sostanze istamino-liberatrici: la tiramina, la feniletilamina (amine biogene), la caffeina,la teofillina, l’alcol.

Esistono alimenti ad elevato contenuto di istamina quali: formaggi fermentati e stagionati, bevande fermentate (vino, birra), salumi e salsicce, aringhe, salmone, sardine, alici, tonno, conserve, pomodori, spinaci, avocado; ed alimenti che liberano istamina: pomodoro, fragole, crostacei, frutti di mare, albume d’uovo, cioccolato, cibi in scatola, salumi, carne di maiale, formaggi stagionati, frutti esotici (ananas, papaya).
L’istamina è presente normalmente nel lume intestinale, essa può essere di origine esogena, in seguito all’ingestione di alimenti che la contengono, o endogena, dovuta al suo rilascio da cellule del tratto gastrointestinale o per l’intervento dei batteri della flora intestinale.

Alcuni alimenti ad alto contenuto di amidi e cellulosa, come i farinacei, i legumi, le patate, intervengono sull’equilibrio della flora intestinale stimolando lo sviluppo di batteri capaci di operare la trasformazione dell’istamina.
Nel nostro corpo esistono potenti sistemi enzimatici di difesa che determinano la trasformazione dell’istamina in metaboliti inattivi, ma in alcuni soggetti, a causa di una carenza di questi meccanismi, l’ingestione di alimenti ricchi di istamina può indurre una PAR (reazioni pseudo-allergiche) da alimenti istaminici.
Clinicamente la PAR istaminica si manifesta con sintomi simili a quelli presenti nelle allergie alimentari IgE mediate: prurito, rash cutanei, orticaria; raramente rinite, asma, shock anafilattico.

Tra le sostanze istamino-liberatrici ricordiamo la tiramina che deriva dalla tirosina, la quale viene degradata a metabolita inattivo in seguito all’intervento di una monoamino ossidasi (MAO). La tiramina intestinale può essere esogena per l’ingestione di alimenti ricchi della sostanza (formaggi, banane, avocado) o endogena per la trasformazione della tirosina presente nei cibi ingeriti con l’intervento della tirosina decarbossilasi microbica. Nei soggetti normali la tiramina intestinale viene degradata dalle MAO dell’intestino e del fegato senza nessuna modificazione del suo livello plasmatico, ma in indìvidui in cui esiste una condizione di insufficienza primaria delle MAO o per l’ingestione di farmaci anti monoaminoossidasi o di altre molecole capaci di interferire con l’attività di questi enzimi, per esempio i pesci avariati, la tiramina non viene degradata in modo corretto e una quantità eccessiva passa in circolo.
A livello clinico le PAR da tiramina si manifestano con sintomi dovuti all’azione che la sostanza ha sui vasi e sulle terminazioni nervose. Si possono avere tachicardia, ipertensione, cefalea del tipo pulsante, febbre e vampate al volto ed anche sintomi cutanei come l’orticaria.

 

INTOLLERANZE INDEFINITE

Si manifestano quando un individuo mostra un iper-reattività nei confronti di sostanze presenti in determinati cibi, come gli additivi. Ogni alimento, al termine dei processi di produzione e di trasformazione, può contenere oltre ai principi nutritivi anche additivi alimentari e, talvolta, contaminanti immessi non intenzionalmente.

Alcuni soggetti possono sviluppare intolleranze agli additivi, molecole naturali o di sintesi usate nell’industria alimentare allo scopo di migliorare l’aspetto e il gusto degli alimenti e la loro conservazione, consentite dalla legge. I sintomi si manifestano con prurito, orticaria, rinite, asma, cefalea ed emicrania.

Le principali tipologie di additivi sono:

  • Coloranti, sia naturali (clorofillacarotenoidiantociani) che artificiali (come il giallo di tartrazina, il rosso cocciniglia, etc.). Il giallo di tartrazina, ad esempio, può provocare sintomi come asma e orticaria.
  • Conservanti, utilizzati per migliorare la conservazione del cibo prevenendo la crescita di batteri. Possono provocare intolleranze, ad esempio, i solfiti (anche antiossidanti), i sorbati, i benzoatip-indrossibezoati, che possono provocare asma, i nitriti e i nitrati di sodio, che possono portare a cefalee e vasodilatazione.
  • Antiossidanti, tra cui i più usati sono i solfiti sottoforma di sodio metabisolfito, principalmente per la conservazione dei vini ma presenti anche in birra, succhi di frutta, altre bevande, formaggi, frutta secca, salse; possono dare asma, prurito, angioedema, rinosinusite.
  • Esaltatori di sapidità, tra cui il più noto e utilizzato è il glutammato di sodio, presente in carne in scatola e dadi da brodo, che può portare a crisi respiratorie, sudorazione, crampi addominali.
  • Dolcificanti, tra cui i principali sono aspartamesaccarina e sorbitolo; quest’ultimo, usato nelle caramelle e nelle gomme da masticare, può dare flatulenza e diarrea, mentre l’eventuale tossicità dell’aspartame è tutt’ora oggetto di controversie e indagine scientifica.
  •  Addensanti, fra cui la gomma arabica, utilizzata ad esempio nella preparazione di dolci, caramelle, gelati, conserve, succhi, formaggi spalmabili, e che può provocare eczemi, rinite e orticaria.

Le intolleranze da additivi sono tutt’ora poco note, sia circa gli effetti precisi sulla salute sia riguardo il reale impatto sulla popolazione.

 

DIAGNOSI INTOLLERANZE: TEST INUTILI

 

Un test utilizzato per la diagnosi di una patologia dovrebbe essere accurato — avere cioè una stretta corrispondenza con il valore reale che si intende misurare — e preciso — ovvero dare risultati riproducibili, costanti e non equivoci, sullo stesso campione. Soltanto in queste condizioni i risultati raccolti avranno una qualche utilità e potranno essere utilizzati in maniera costruttiva ed utile per il paziente.

Purtroppo molti dei test che vengono proposti per la diagnosi di intolleranze alimentari non soddisfano questi due basilari requisiti: nel migliore dei casi si tratta di test che presentano scarsa accuratezza, ridotta precisione e forte dipendenza dalle capacità dell’operatore. Nel peggiore, si tratta di vere e proprie prese in giro basate su concetti pseudoscientifici, privi di ogni validazione e utilità.

È necessario sottolineare che questi test non sono soltanto inutili ma possono essere addirittura pericolosi. Spesso infatti, sulla scorta di questi risultati, si ricorre a severe diete di eliminazione che in alcuni soggetti potrebbero arrivare a causare carenze, mentre in altre situazioni potrebbero andare a mascherare o confondere sintomi ascrivibili a patologie serie, rendendone più difficoltosa la diagnosi e facendo perdere del tempo prezioso nella definizione di un’adeguata terapia.

Tra i test di dubbia o nessuna utilità nella diagnosi delle intolleranze alimentari:

  • DOSAGGIO DELLE IG4
    Un esame molto diffuso, ricerca nel siero del paziente alcuni particolari anticorpi (Ig4) la cui presenza indicherebbe una sensibilizzazione verso specifiche sostanze, presenti di alcuni alimenti. In realtà gli studi a disposizione indicano che il test non ha alcuna rilevanza diagnostica, Ig4 positive verso un determinato alimento sono infatti presenti anche in soggetti che non hanno mai lamentato alcun problema. Inoltre il test non permette di distinguere quei soggetti che presentano una vera allergia IgE mediata, esponendoli a importanti rischi nel caso in cui non vengano correttamente individuati gli allergeni responsabili o si facciano tentativi di reinserimento di cibi nei confronti del quale il paziente presenta in realtà una vera e propria allergia.
  • TEST CITOTOSSICO
    Un test molto vecchio, proposto negli anni cinquanta del secolo scorso. Si basa sull’osservazione diretta di modificazioni morfologiche a carico dei globuli bianchi, una volta che questi siano stati esposti a specifici componenti del cibo. L’ALCAT è una versione automatizzata del test citotossico. I dati disponibili indicano che si tratta di esami non riproducibili, fortemente dipendenti dall’operatore, con risultati molto diversi per lo stesso paziente in prove successive.
  • TEST ELETTRODERMICI: VEGA TEST, SARM TEST, BIOSTRENGHT E VARIANTI
    Basati sugli studi di un oscuro scienziato tedesco, tale Voll, che avrebbe osservato variazioni nel potenziale elettrico della pelle quando un soggetto venga in contatto con alimenti nocivi o non tollerati.  Tutte le apparecchiature utilizzate sono non convenzionali, non rispondono cioè a precisi standard scientifici, ma presentano un funzionamento comune: il soggetto viene a far parte di un circuito in cui sono fatte passare deboli correnti elettriche o stimoli di natura elettromagnetica.  Tutti gli studi effettuati sono concordi: questi test non hanno alcuna validità diagnostica, i risultati sono del tutto casuali e non riproducibili. D’altronde non esistono dati che supportino l’ipotesi di Voll.
  • BIORISONANZA
    Anche in questo caso si lavora sull’ipotesi che l’organismo emetta onde elettromagnetiche che risultano alterate in caso di allergie e intolleranze, onde che possono essere rilevate, filtrate e addirittura riabilitate e ripulite grazie a specifici apparecchi. Gli studi clinici effettuati non hanno mostrato alcun valore diagnostico.
  • KINESIOLOGIA APPLICATA
    La teoria alla base di questo esame, molto utilizzato dai chiropratici, prevede che l’allergia o l’intolleranza possano provocare una apprezzabile perdita di forza del soggetto. Durante il test il paziente con una mano tiene un’ampolla contenente la sostanza o l’alimento testato e con l’altra spinge contro un operatore che registra le eventuali variazioni di forza. Non esistono dati a supporto del metodo e la dipendenza strettissima dalle impressioni dell’operatore ne mina la riproducibilità alle fondamenta; oltretutto la sostanza non viene mai a diretto contatto con il paziente, quindi qualsiasi reazione diventa davvero difficile da spiegare in maniera razionale. E diciamoci la verità,  fare prove di forza mentre si tengono in mano ampolle in vetro contenenti allergeni non pare proprio un metodo diagnostico infallibile.
  • TEST DI PROVOCAZIONE-NEUTRALIZZAZIONE INTRADERMICO O SUBLINGUALE
    Il paziente è esposto in maniera diretta, a livello intradermico o sublinguale, all’allergene, valutando quindi ogni possibile tipo di reazione che compaia nei successivi dieci-dodici minuti. Una variante che combina i principi di questo test con quelli della kinesiologia applicata è il DRIA test. Manca una standardizzazione, la riproducibilità non è verificata e il ventaglio e la soggettività delle possibili interpretazioni sono davvero molto ampi. Inoltre l’esposizione diretta all’antigene potrebbe essere estremamente pericolosa nel caso di soggetti fortemente allergici.
  • ANALISI DEL CAPELLO
    Proposta spesso per valutare intossicazione da metalli pesanti che, secondo i fautori, potrebbero essere la causa di allergie e intolleranze alimentari. Tutti gli studi e i dati raccolti mostrano mancanza di precisione e riproducibilità di questo tipo di esame.
  • PULSE TEST
    Si basa sull’ipotesi che il contatto con l’alimento nei confronti del quale esiste intolleranza possa provocare variazioni della frequenza cardiaca. Un incremento della frequenza cardiaca di circa 10 battiti al minuto indicherebbe positività. Ovviamente non esiste alcuna evidenza scientifica a supporto di tale ipotesi e risulta evidente la forte dipendenza dalla emotività del paziente e dalle capacità dell’operatore.

Questo è soltanto un piccolo campionario della grande varietà di test offerti. Risulta evidente che in molti casi si tratti o di test molto vecchi, basati su osservazioni difficilmente riproducibili, o di test utilizzati in maniera impropria, il caso della rilevazione delle Ig4, o di test di pura fantasia, basati su teorie pseudoscientifiche ammantate di una qualche credibilità grazie all’utilizzo di macchinari che possono apparire più o meno sofisticati. Se poi nel nome del test compare il termine “quantico”, “emozionale” o “energetico” potete essere ragionevolmente sicuri di essere di fronte a un esame del tutto inutile, se quello che cercate è una diagnosi seria.

DIAGNOSI INTOLLERANZE: TEST UTILI

 

Ovviamente esistono anche dei test affidabili, sicuri, precisi e riproducibili, utili nella diagnosi delle intolleranze e delle allergie.

Per le allergie, condizioni che possono potenzialmente porre a rischio la vita del paziente, esistono dei percorsi diagnostici ben precisi e standardizzati, da effettuare esclusivamente sotto supervisione medica. Se si sospetta un’allergia è sempre e comunque necessario consultare un allergologo che possa individuare gli opportuni strumenti diagnostici.

Anche per le intolleranze è ben evitare le autodiagnosi, oggi tanto di moda, e fare riferimento in primo luogo al proprio medico e quindi a specialisti in grado di prescrivere gli esami eventualmente necessari.

 

 

TEST PER INTOLLERANZA ALIMENTARE

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Per la celiachia esistono dei test di primo livello che sono basati sulla ricerca di anticorpi specifici nel siero del paziente:

  • dosaggio anticorpi IgA anti transglutaminasi tissutale (test di screening)
  • dosaggio anticorpi anti endomisio (test di conferma)
  • dosaggio anticorpi IgA e IgG anti peptidi deamidati della gliadina ( test per la fascia pediatrica e per il monitoraggio di soggetti in dieta aglutinata)

Un test che presenta un alo valore predittivo negativo, può cioè aiutare ad escludere la presenza della malattia, ma scarso valore positivo è la valutazione dell’assetto genetico HLA, con la ricerca della presenza di alcune varianti geniche predisponenti alla celiachia. In assenza di tali varianti è altamente improbabile che il soggetto possa soffrire di questa patologia. Il test è molto utile nel valutare la predisposizione genetica dei familiari di primo grado di soggetti celiaci.

Test discriminanti nel soggetto adulto sono l’esofago-gastro-duodenoscopia le biopsie duodeno-digiunali, test che permettono di confermare la diagnosi grazie all’osservazione diretta delle lesioni a livello della mucosa dell’apparato digerente.

Per l’allergia al nichel si utilizza il patch test che consiste nel porre a contatto diretto della cute un preparato che contiene nichel. Se si sospetta una sindrome sistemica da nichel, dopo aver accertato la positività al patch test, è necessario procedere con una dieta di esclusione, molto complessa e difficoltosa, seguita da un test di provocazione.

Per la diagnosi di intolleranza al lattosio si utilizza il breath test per il lattosio. Durante il test il paziente assume una dose standardizzata di lattosio: a intervalli di tempo successivi vengono analizzati i gas espirati alla ricerca di picchi di idrogeno, la cui presenza indica fermentazione intestinale del lattosio non digerito.

Il breath test può anche essere eseguito per valutare il mancato assorbimento di altri zuccheri come lattulosio, xilosio, fruttosio o sorbitolo. Questi test possono sia rilevare difficoltà di assorbimento di specifici zuccheri sia indicare presenza di contaminazioni batteriche a livello dell’intestino tenue, sia individuare alterazioni del transito intestinale. La modalità di esecuzione è simile a quella del test relativo al lattosio, con la misurazione dell’idrogeno presente nell’espirato del paziente a intervalli di tempo definiti dopo il consumo di una dose standard dello zucchero in esame.

La diagnosi di intolleranza farmacologica è essenzialmente anamnestica, mentre per le intolleranze da meccanismi non definiti può essere utile il Test di Provocazione, cioè la somministrazione dell’additivo sospettato (nitriti, benzoati, solfiti ecc). In sintesi l’iter diagnostico di un paziente con sospetta intolleranza alimentare dovrebbe prevedere un approccio multidisciplinare che coinvolga step by step lo specialista allergologo, gastroenterologo, per escludere patologie gastrointestinali, ed eventualmente dietologico, per la correzione delle abitudini dietetiche

 

DIETA DI ROTAZIONE

DIETA DI ROTAZIONE

Per superare le intolleranze alimentari è imperativo non escludere i cibi che disturbano (scelta che può avere un senso solo nell’intolleranza al glutine e in quella al lattosio, due intolleranze diagnosticabili tra l’altro unicamente con analisi mediche specifiche), bensì integrarli per gradi all’interno di un piano di rotazione alimentare infrasettimanale opportunamente studiato e individualizzato

L’obiettivo, nella terapia delle intolleranze non è quello di eliminare per sempre un alimento, ma quello di reintrodurlo progressivamente senza che ne seguano effetti negativi. Consiste in un piano di continua eliminazione e reintroduzione dell’alimento responsabile dei sintomi dell’intolleranza alimentare. Il programma classico prevede 3 giorni di astinenza dal cibo non tollerato, e chiaramente da tutti quelli che appartengono allo stesso gruppo, poi la reintroduzione il quarto giorno.

Di seguito, un esempio:

dal 1° al 3° giorno completa eliminazione del cibo non tollerato;

4° giorno assunzione libera di tutti gli alimenti e moderata reintroduzione;

5°- 8° giorno ancora assoluta sospensione del cibo che ha causato i sintomi;

9° giorno dieta libera senza limitazioni e ancora moderata reintroduzione;

10 – 13° giorno nuova dieta di sospensione.

Dopo 10-12gg di dieta a rotazione il corpo sarà disintossicato perciò si potrà inserire un alimento nuovo ogni 24h.

Se ci sarà la comparsa di sintomatologia bisognerà per almeno 3gg non introdurre nuovi alimenti per permettere all’organismo di disintossicarsi.

Con questo tipo di dieta nel giro di 4 settimane sarà possibile determinare l’alimento o gli alimenti a cui si è intolleranti e con un’astinenza totale che varia da 2 mesi a un anno si avrà la disintossicazione dell’organismo e si potrà quindi reintrodurre l’alimento “incriminato” senza che venga riconosciuto come estraneo.

Gli effetti positivi della dieta di rotazione sono due:

  • La dieta di rotazione, diversamente dalla dieta di eliminazione, controlla le reazioni infiammatorie mantenendo un minimo di tolleranza verso l’alimento che crea disturbo
  • L’alternanza di pasti liberi e di giorni di dieta di pulizia aiuta l’organismo a ricostruire una tolleranza nei confronti delle sostanze che provocano i sintomi

Ecco 3 segnali positivi:

1) La digestione migliora
2) Diminuiscono gonfiori e meteorismo
3) Migliora l’umore: L’intestino viene definito come “Secondo cervello”, questo perché il sistema enterico è in stretta correlazione con il sistema nervoso. Qualsiasi fastidio a livello intestinale (e non solo) si ripercuote quindi sull’umore e viceversa

 

DIETA AD ESCLUSIONE

Un’alternativa alla dieta a rotazione è la dieta ad esclusione del Dott. Rinkell, che prevede l’esclusione totale di un solo alimento per volta, compresi naturalmente gli alimenti della stessa famiglia o gruppo, per almeno 15gg. Dopo 14gg dobbiamo fare un bilancio di salute; se effettivamente ci sentiamo meglio sarà bene proseguire l’astinenza per almeno 4 settimane prima di reintrodurre l’alimento in piccole quantità.

Le diete di esclusione autogestite, inappropriate e restrittive possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile e, nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Possono inoltre slatentizzare disturbi alimentari. Quando si intraprende una dieta di esclusione, anche per un solo alimento o gruppo alimentare, devono essere fornite specifiche indicazioni nutrizionali, per assicurare un adeguato apporto calorico e, di macro e micronutrienti. La dieta deve essere gestita e monitorata da un professionista competente per individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.

 

INTOLLERANZA AL LATTOSIO

intolleranza al lattosio

Il lattosio è un disaccaride sintetizzato dalle ghiandole mammarie di tutti i mammiferi ed è costituito dai monosaccaridi glucosio e galattosio. Con il termine di intolleranza al lattosio si definisce la ridotta capacità di digestione del disaccaride da parte dell’intestino tenue a causa di una scarsa produzione dell’enzima lattasi, localizzato nell’orletto a spazzola dell’enterocita.

Solo raramente si osserva un deficit congenito di lattasi; nella maggior parte dei casi infatti, l’enzima è presente alla nascita e la sua quantità rimane elevata nel primo anno di vita. Dopo lo svezzamento si osserva una rapida diminuzione dell’attività lattasica; tale perdita di funzionalità risulta più drastica in alcune popolazioni rispetto ad altre.

L’allergia al latte e l’intolleranza al lattosio sono condizioni piuttosto comuni, ma spesso si tende a fare confusione ed a confonderle l’una con l’altra. L’intolleranza al lattosio è una patologia che provoca disturbi gastrointestinali (colore addominale, gonfiore, crampi addominali, disturbi intestinali) a seguito dell’assunzione di latte e latticini. Si tratta di una reazione non allergica, cioè di una reazione che non interessa il sistema immunitario.

L’allergia al latte vaccino invece è dovuta alla presenza di anticorpi IgE contro alcune proteine del latte, che il sistema immunitario sviluppa a seguito di una sensibilizzazione. Nell’allergia al latte vaccino l’ingestione anche di piccole quantità può provocare reazioni allergiche anche gravi, di tipo cutaneo, gastro-intestinale, respiratorio o anafilattico.

L’intolleranza al lattosio viene classificata come primaria o secondaria. Si definisce intolleranza primaria al lattosio quella condizione per cui l’organismo non produce lattasi a causa di una modificazione genetica. In caso di intolleranza primaria al lattosio i sintomi compaiono già nei primi anni di vita. Si parla di intolleranza secondaria al lattosio invece quando essa si presenta nel corso della vita, a causa di un deficit – talvolta transitorio – dell’enzima, che può essere causata da lesioni dell’apparato gastrointestinale, da cambi repentini nella dieta o da infezioni del tratto gastrointestinale.

Il consumo di lattosio in soggetti che presentano deficit di lattasi può provocare diarrea, crampi e dolori addominali, tensione addominale e flatulenza. Gli effetti clinici sono strettamente correlati alla dose e vi è un’ampia variabilità individuale.

I sintomi sono provocati dal lattosio indigerito che, raggiungendo il colon, richiama acqua per azione osmotica causando i fenomeni diarroici; inoltre il disaccaride costituisce un ottimo substrato per la fermentazione della flora batterica intestinale con conseguente produzione di gas e di altre sostanze osmoticamente attive che contribuiscono a determinare le manifestazioni cliniche.

Se sono presenti i sintomi, l’intolleranza può essere facilmente smascherata dal cosiddetto test del respiro o breath test. Tramite questo esame si valuta la concentrazione di idrogeno nell’aria espirata dopo un carico di lattosio. Dal momento che la fermentazione dello zucchero indigerito produce idrogeno che viene prontamente riassorbito dalle pareti intestinali ed eliminato con la respirazione, in caso di intolleranza al lattosio si osserva un picco di concentrazione di idrogeno nell’aria espirata.

Per consentire l’utilizzo di latte anche a tutti coloro che soffrono di intolleranze nei suoi confronti, in commercio sono presenti latti delattosati in cui il lattosio si trova, per la maggior parte (70-75%), idrolizzato, cioè già scisso in glucosio e galattosio. In alternativa, ci si può “accontentare” del latte di soia o di quello ricavato dal riso. Anche lo yogurt, grazie alla fermentazione del lattosio operata dai fermenti che contiene, è generalmente ben tollerato.

Non bisogna comunque dimenticare che non esiste una dose-soglia valida per tutti e che quindi la tolleranza al lattosio è assolutamente soggettiva. La terapia d’eccellenza in caso di intolleranza al lattosio è un regime alimentare che preveda un ridotto apporto di alimenti ricchi di lattosio (burro, latte, latticini, formaggi freschi, biscotti con latte o burro, cioccolato al latte, gelati ecc.). La riduzione di tali alimenti può essere fatta gradualmente allo scopo di verificare la soglia di tolleranza del soggetto.

 

INTOLLERANZA AL GLUTINE

CELIACHIA

La sensibilità al glutine (GlutenSensitivity), che si stima interessi dal 6 all’8% della popolazione, è una condizione cronica che si manifesta con una sintomatologia intestinale o extraintestinale più o meno marcata, legata all’ingestione di glutine.

La GlutenSensitivity è la condizione in cui in seguito all’ingestione di glutine siamo in presenza di sintomi in buona parte sovrapponibili a quelli della celiachia e della sindrome da colon irritabile (gonfiore, sonnolenza, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, depressione, ecc) ma non c’è atrofia dei villi intestinali né risposta autoimmune dell’organismo. L’intolleranza al glutine può venir fuori a qualsiasi età ed è sempre più diffusa, sembra tra l’altro che molte persone ne soffrano senza saperlo. Questo avviene perché si sottovalutano alcuni sintomi che possono venir fuori a qualsiasi età e che spesso non si collegano con facilità a questo tipo di intolleranza.

La diagnosi di GlutenSensitivity è al momento una diagnosi di esclusione, caratterizzata, cioè, dalla negatività dei test immunologici per l’allergia al grano (anticorpi di classe IgE diretti verso il grano e PRICK test), dalla negatività per la sierologia tipica per celiachia (anticorpi antiendomisio ed antitransglutaminasi) e da una biopsia intestinale normale o con alterazioni minime.

I sintomi che compaiono più frequentemente in caso di intolleranza al glutine sono:

  1. Problemi digestivi: si può avvertire gonfiore, aria nella pancia e soffrire di diarrea o stitichezza. Nel caso della stitichezza, bisogna fare attenzione in particolare ai bambini notando se il problema compare soprattutto dopo aver mangiato glutine.
  2. Cheratosi pilare, nota anche come “pelle di pollo” che colpisce soprattutto la parte posteriore delle braccia. Cio’ potrebbe essere indice di una carenza di acidi grassi e vitamina A, dovuta al malassorbimento di questi nutrienti causato dal glutine nell’intestino.
  3. Senso di stanchezza, fatica, nebbia nel cervello o particolare sensazione di appesantimento psico-fisico dopo aver mangiato un pasto contenente glutine.
  4. Sintomi di tipo neurologico come ad esempio vertigini, sensazione di perdere l’equilibrio, giramenti di testa fino ad arrivare a veri e propri svenimenti. Ma anche ansia, depressione o sbalzi di umore.
  5. Emicrania, mal di testa: bisogna però escludere la presenza di altre patologie, periodi di stress, sindrome premestruale o altre situazioni in cui questo sintomo può comparire.
  6. Squilibri di tipo ormonale, come sindrome pre-mestruale molto forte, sindrome dell’ovaio policistico o infertilità inspiegata.
  7. Infiammazione, gonfiore o dolore alle articolazioni (non dovute a traumi o patologie in corso) ad esempio a dita, ginocchia o fianchi.

La celiachia e l’intolleranza al glutine sono due patologie diverse. Nelle persone affette da celiachia, il glutine scatena una reazione autoimmune, che attacca l’intestino e danneggia gravemente la mucosa intestinale. L’intolleranza al glutine, ‘glutensensitivity’, invece si manifesta con dolori addominali, colon irritabile, mal di testa, ma non comporta gravi lesioni intestinali. Il celiaco è sensibile sempre anche a minime quantità di glutine, mentre l’intollerante ha una soglia di resistenza più alta e gode anche di transitori momenti di benessere, in cui i sintomi non si manifestano affatto. Chi soffre di GlutenSensitivity ha un difetto dell’immunità innata, reagisce quindi in poche ore al glutine, percepito come proteina nemica. Nella celiachia il danno e la conseguente reazione del corpo possono invece avvenire dopo mesi, in molti casi dopo anni.